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The Wall


Uno dei dischi fondamentali nel Rock è sicuramente “The Wall” dei Pink Floyd”. L’anno scorso, a 21 anni dall’uscita dell’album, è finalmente arrivata nei negozi una versione dal vivo di questo disco, giustamente considerato per il tema trattato e la grandiosità della musica, un’opera Rock. Una lunga attesa, causata dalla controversia legale che oppone l’ex bassista dei Pink Floyd Roger Waters, ai suoi vecchi compagni d’avventura Dave Gilmour, Nick Mason e Richard Wright. Tornando al disco, esso è stato realizzato partendo da un’idea di Waters, che infatti firma la maggior parte dei brani. Il tema dell’opera è l’incomunicabilità, la solitudine che opprime Pink, il protagonista della storia, un musicista di successo che, in seguito a vari episodi della sua vita si isola volontariamente dalla società, ed il simbolo di questo isolamento dagli altri è il muro. Ed ognuno di questi episodi è un mattone nel muro: la morte in guerra del padre (l’abbandono), la persecuzione del maestro di scuola, la madre possessiva, le incomprensioni con la moglie, il rifugiarsi nella droga, “it’s just another brick in the wall…”. Ma da questo isolamento nascono pensieri ed azioni malvagie: il nazismo, l’odio per le minoranze di qualsiasi tipo; ebrei, omosessuali o neri. E domina sopra a tutto cio’ lo show business, “the show must go on...”. Anche se la star è rimbambita dalla droga, l’unica cosa importante è chiamare un medico che lo possa rimettere in piedi per lo spettacolo, perché il pubblico ha pagato e i soldi sono li’ sul tavolo da prendere. Ma in questa spirale di rabbia e di violenza Pink trova il coraggio di dire basta: “stop, I wanna go home, take off the uniform and leave the show…”. E nel penultimo brano (the trial) si svolge un drammatico processo durante il quale tutti i fantasmi della vita di Pink sono chiamati a testimoniare contro Pink stesso. Alla fine il giudice lo condanna, e la pena sarà l’abbattimento del muro, l’esposizione ai suoi simili “I sentences you to be exposed before your peers…”. Nell’ultimo brano (outside the wall) dopo l’abbattimento del muro, dopo tanta sofferenza e tanto travaglio interiore Pink scopre che fuori dal muro ci sono anche persone che ti amano ed aiutano, ed il disco si conclude con questa luce di speranza. In questo disco sono molti i riferimenti autobiografici inseriti da Roger Waters: il padre morto in guerra, le persecuzioni scolastiche e soprattutto l’idea del muro che separa. Infatti alla fine del tour precedente c’era stato un episodio significativo: Waters sputò letteralmente addosso ad un fan troppo scatenato che si divertiva a spingere le transenne. “…Voleva solo fare casino, mentre quello che volevo io era di poter fare uno spettacolo di Rock ‘n’ Roll….” Queste parole di Waters fanno capire il suo stato d’animo di quel periodo; il rapporto col pubblico si era guastato, Waters voleva suonare, mentre per molta gente il concerto era solo un pretesto per sfogarsi, spingersi, ubriacarsi e lanciare ogetti. Ed il bassista si rendeva conto che in un certo senso la colpa di tutto ciò era loro, dato che “ …era una situazione che avevamo creato noi stessi: la sola ragione per cui si suona in uno stadio, davanti ad un pubblico numeroso, è poi quella di guadagnare di più”. La conseguenza di tutto ciò fu appunto il deterioramento del rapporto di Roger Waters col pubblico che poi sfociò nell’alienazione e nell’isolamento (l’idea del muro). Altro tema che emerge è quello della follia, con riferimenti in particolare a Syd Barrett “….I got elastic bands keeping my shoes on…”. Il verso in questione tratto dal brano “Nobody Home” in cui Pink , ormai completamente alienato, sta lentamente impazzendo, si riferisce proprio a Syd Barrett, chitarrista e geniale autore nei primi Pink Floyd. L’uso di stupefacenti lo porterà poi alla pazzia e quindi all’isolamento. Chiaramente il disco a livello musicale risulta uguale alla versione da studio, anche se c’è qualche differenza qua e là, soprattutto nella prima parte, dove prima di “goodbye cruel world” viene aggiunto un pezzo intitolato “the last few bricks” che simboleggia ormai la quasi totale chiusura del muro. Altra particolarità del disco è la presenza di un tema musicale (la frase musicale del ritornello di “Another brick in the Wall”) che compare in vari brani, magari con un tempo diverso o come accompagnamento, ma che è una costante di tutta l’opera. Da notare anche il cantato di Waters che a volte si spinge al limite ed oltre delle sue capacità vocali. Ma anche quando tali limiti vengono oltrepassati il risultato è ancora più espressivo, dato che esprime ancora più chiaramente la sofferenza del protagonista. Anche la versione dal vivo del disco è curatissima e, a parte le ovvie differenze nell’esecuzione di certi assoli, non perde assolutamente niente della sua forza, rispetto alla versione studio. Insomma un disco che dopo un ventennio è ancora d’attualità e che penso farà parlare ancora per molto tempo di sé.
Voto:9/10
-mauro-